Viaggio nell’impero del falso – Tre Bicchieri/Gambero Rosso
Con una guida d’eccezione, l’export manager di Antinori a Shanghai. Che a Tre Bicchieri fa una rivelazione. Chateau Lafite made in China? E’ una storia vecchia, usurata dalla cronaca. Ma solo a prima vista. L’ultimo caso di contraffazione il mese scorso quando la polizia ha sequestrato 684 bottiglie di falso Margaux e 4mila di falso Lafite per un valore di 10milioni di yen (1,2milioni di euro). “In Cina circolano più Lafite 1982 di quanti ne siano stati prodotti in Francia”, così aveva commentato l’episodio il quotidiano parigino Le Figaro. Ma cosa succede, invece, ai vini italiani? Anche loro sono ad alto rischio di imitazione? Tre Bicchieri Quotidiano ne ha parlato con Jacopo Pandolfini (29 anni) toscano doc che, dopo la laurea alla Bocconi e un tirocinio negli Stati Uniti, è entrato nel team di Marchesi Antinori e dal 2008 vive a Shanghai con il ruolo di Export Area Manager Asia-Pacific Region.Che cosa dobbiamo aspettarci? Di vedere un Brunello di Montalcino o un Amarone made in China?Non mi sorprenderei se succedesse: negli spostamenti non è facile controllare il vino e il wine hub di Hong Kong da dove passano le importazioni per poi essere distribuite in tutta la Cina rappresenta un forte pericolo. Senza contare i falsi direttamente realizzati qui, nelle cantine cinesi. Ma siamo sinceri: il vino italiano non è ancora così forte su questo mercato da “meritare” , lo dico con amarezza, di essere imitato. Almeno non quanto la Francia che ha più della metà del mercato delle importazioni.Ma, come si dice, prevenire è sempre meglio che curare.Certo. Infatti uno dei sistemi sperimentati dal gruppo Antinori è il sistema GS1 (brevettato dalla Indicod-Ecr di Milano) che serve a seguire il percorso del vino con chip e lettori ottici posti nei passaggi-clou, come possono essere le dogane. Così siamo sicuri che il vino non faccia “soste strane” e che transiti da certi luoghi ben definiti, che noi conosciamo. Una sorta di geolocalizzatore delle casse di vino. Lei capisce che si tratta di un impegno economico importante: bisognerebbe che più aziende si mettessero insieme per dividere i costi. Operazione difficile, come si può immaginare.Il codice Qr da solo non basta?Rimane un sistema valido, ma lo si può violare facilmente: se la bottiglia viene rubata non si risolve il problema. L’etichetta e il codice sono quelli validi, ma dentro ci si può mettere ciò che si vuole. L’azienda non avrebbe nessuna informazione su dove sia finito il proprio vino, né tanto meno sulla qualità, che non è un problema secondario per il vino che arriva in Cina.Si spieghi meglio.Tra l’Italia e la Cina per il vino viaggia in grossi navi container senza refrigerazione. A questo si aggiungano le soste in dogana, dove, a causa della paura contraffazione, i tempi diventano sempre più lunghi. Risultato? Il vino arriva al destinatario finale in condizioni qualitative molto basse.Un bel problema per i grandi marchi.Senza dubbio. Anche se, a dirla tutta, non è che i cinesi abbiamo ancora sviluppato questa profonda conoscenza del vino.Però sembrano ossessionati dai grandi vini, soprattutto, quelli francesi.Ora stanno cominciano ad apprezzare i rossi italiani come il Brunello di Montalcino. Ma il consumo di vino qui è dettati da convenzioni e dal desiderio di identificarsi con uno status symbol. In realtà bisognerebbe educarli al vino in maniera diversa.Per esempio?I cinesi sono come dei neofiti, astemi che hanno appena imparato a bere: hanno bisogno di vini poco tannici, fruttati, con poca acidità. Per questo dobbiamo ripensare ai vini italiani anche in questa direzione se vogliamo imporci su questo mercato.Risultati?Come dicevo, quello cinese non è un mercato facile. A tutt’oggi la Marchesi Antinori ha una fetta di mercato assai esigua: il 2% in valore sul totale dell’export. Il problema è che gli spazi in cui si riesce ad entrare più facilmente sono le grosse catene internazionali di luxury hotel o ristoranti italiani frequentanti dai neomiliardari e dai superburocratici del partito comunista.Insomma, quante possibilità ci sono di trovare vini italiani nelle wine list cinesi?Bisognerebbe piuttosto chiedersi se si trovano wine list nei ristoranti cinesi. Usanza diffusa è portarsi il vino da casa e chi lo fa difficilmente scegli i nostri vini. I cinesi non rischiano troppo col vino italiano, al massimo lo fa chi è già stato nel nostro Paese e ne conosce tradizioni, cultura e vino.Come si esce da questo impasse?Con la presenza costante. Dobbiamo stare sul posto e diffondere la nostra cultura e i nostri vini. Non possiamo pensare di conquistare il mercato con un piccolo stand dell’Ice o con i soliti eventi episodici come le degustazioni in qualche hotel alla moda. Bisogna cambiare qualcosa. La presenza deve essere costante, massiccia e il presidio dei canali commerciali è essenziale. Da questo punto di vista i francesi sono avvantaggati. Dopo Wal Mart, Auchan e Carrefour sono leader nella grande distribuzione.
